on musical research

ditale

 

We asked our friends, composers, musicologists, researchers,
what contemporary music research is most remarkable,
and among the different styles and investigations
which one has more future prospects for them.
Here you find their answers.


ROBERTO FABBI
Programmazione Artistica, I Teatri, Reggio Emilia

“Mi interessa una musica drammaturgica. Col che non voglio indicare strettamente il teatro musicale, cioè anche: ma in senso più ampio includere percorsi/progetti – lunghi o brevi, semplici o complessi, concreti o astratti, en scène o en espace, dichiarati o no: non importa – capaci di configurare vicende sonore serrate e sorprendenti che, generate dal pensiero, generino pensiero, e una costante mise en question.

Non è auspicabile che i compositori, in nome di una drammaturgia fraintesa come inseguimento del pubblico, annacquino i propri universi sonori, idee, radicalità, persino fantasmi; è invece auspicabile la relazione poiché l’orientamento drammaturgico risiede non solo in loro ma in un sistema di mediazioni, interpretazioni e contesti.

Il signor Keuner e l’originalità
Oggigiorno, si lamentò il signor Keuner, sono innumerevoli coloro che si vantano pubblicamente di poter scrivere da soli grossi libri e ciò viene approvato da tutti. Il filosofo cinese Zhuangzi ancora nel vigore degli anni scrisse un libro di centomila parole formato per nove decimi da citazioni. Da noi tali libri non possono più essere scritti giacché manca l’ingegno. Ne consegue che si preparano i pensieri solo nel proprio laboratorio perché chi non ne produce abbastanza ha l’impressione di essere pigro. Succede così che non esiste un solo pensiero utilizzabile, né alcuna formulazione d’un pensiero che possa essere citata. Occorre ben poco a costoro per la loro opera! Una penna un po’ di carta sono le sole cose che possono esibire! E senza alcun aiuto, soltanto col magro materiale che uno può portare sulle proprie braccia, innalzano le loro capanne! Non conoscono edifici più grandi di quelli che uno è in grado di costruire da solo!
(Bertolt Brecht, Storie del Signor Keuner, Torino Einaudi, 2008.)

L’accento sulla drammaturgia non comporta l’abiura dell’avanguardia. Liquidare col senno di poi le avanguardie storiche (la vituperata autoreferenzialità dello specifico musicale), vuol dire dimenticare che queste furono grandi drammaturgie della trasformazione – anche della trasformazione del mondo.
Non funzionano più? ma il mondo rimane da trasformare.

La musica dovrebbe stare con i piedi per terra. E al tempo stesso essere capace di alzarsi e portarti via, verso una terza cosa che è – in una – limite e utopia: il limite che fa balenare l’utopia.

La terza cosa
Il sig. K. non stabiliva mai un rapporto con una persona, ma coinvolgeva sempre una terza cosa. Con questa il signor K. e il suo amico stabilivano poi il rapporto. – Come potrebbe, altrimenti, terminare il rapporto? – diceva il sig. K. – La terza cosa può cessare. Di ciò vive il rapporto.
(Bertolt Brecht, idem.)

“Drammaturgia” contraddice “narrazione”, perché non di faccende lineari si questiona, e non di raccontar storie, ma di essenzialità, coscienza e precisione.
Il pubblico, non a seduzione va incontro, ma a sollecitazione; esso è dato per sensibile, attivo e adulto. La tecnologia non è che un sottoinsieme della tecnica: serve e non è servita.

Organizzazione
Il signor Keuner una volta disse: – Il pensatore non adopera un lume di troppo, un pane di troppo, un pensiero di troppo.
(Bertolt Brecht, idem.)

Esiste un indirizzo di ricerca con simili caratteristiche? Sì, un po’ dappertutto, per musiche diverse, ma non ha etichette né loghi.
La babele della socialcondivisione sottrae il vivo alle arti dal vivo, dando loro ben poco in cambio – questo almeno secondo la mia precaria vista.
Il futuro della musica di ricerca è difficile anche perché la politica è ignorante e orgogliosa di esserlo. Dunque il futuro è garantito, infatti sta in chi opera navigare controvento.”


ANDREA VALLE
Compositore, ricercatore

“Concerning the second question, (luckily) I don’t see any future, as many variables are always popping out in art transforming so much the actual scenarios so that extrapolation is inherently difficult. On my side, I am very interested into physical computing, that is, the separation of computation as a process from computers as objects. Portable and distributed computation (typically via microcontrollers) allows to think composition as a continuous interaction with physical objects of (almost) any kind, which can be treated as interfaces both to the performer and to the sound. This has been a constant trend in XX century composition, of course, but physical computing allows to include these objects (in my case, scavenged, recycled, residual) into a computational framework. The most concrete side of music production -toying with objects you find around- can thus be coupled with the most “abstract” processes of control -algorithmic composition, two things I’m particularly fond of. On my side, I am more interested into physical computing as an interface to sound than to the performers, even if there are also interesting experiments concerning augmented performance devices.
Another topic that I find fascinating is notation (indeed, I have worked on it from a theoretical perspective since my thesis). I like automated notation/typography as a specific form of compositional thinking. In recent years, there as also been a certain amount of experimentation involving real time notation distributed via networked devices. While I still haven’t seen anything triggering in me the eureka effect, I think that it can be an interesting path to explore.”


GABRIELE MANCA
Compositore,
Delegato alla Ricerca–Conservatorio di Milano,
Membro del Consiglio direttivo di RAMI–associazione per la ricerca artistica

“La ricerca, l’idea di ricerca, deve muovere il compositore il, quale, per dirla con Jean Claude Risset, più che sentirsi un maestro o uno “scienziato”, si dovrebbe percepire appunto come ricercatore, parola che esprime il desiderio, più che il possesso, l’appetito più che la sazietà.
È proprio in questo principio di incompiutezza, di relativismo, di percorso, o meglio di processo, senza meta, di appagamento solo sfiorato o immaginato, che risiede il senso della ricerca artistica o forse del senso stesso dell’arte. Ma dico di più. La ricerca non soccorre come rimedio miracoloso, come reperimento di “ritrovati” utili a dare un maquillage, ma crea, questo sì, la prospettiva. Anzi, proprio una ricerca “in prospettiva” contrapposta a una ricerca “riflessiva”, adatta cioè al solo approfondimento dell’esistente, ci porta alla finalità ultima, cioè quella della creazione in sé.
Da circa 18 mesi sono stato nominato delegato alla ricerca per il conservatorio di Milano, con anche l’obiettivo di contribuire ad innescare un processo, si spera virtuoso, adatto all’apertura di corsi di dottorato in collaborazione con le principali università milanesi. L’incarico, per Milano assolutamente nuovo, mi ha subito posto in una posizione per me affatto nuova e certo affascinante: cosa rende la mia personale ricerca di compositore, quotidiana, più o meno radicale, diversa dalla ricerca artistica in un’istituzione o, meglio, in una condizione di interdisciplinarità? E la risposta mi è parsa da subito logica e semplice: la ricerca è un fatto “pubblico”, può assumere cioè un ruolo decisivo solo nel momento in cui assume un’utilità per altri musicisti o ricercatori. La ricerca, dice ancora Risset, deve superare la soggettività dell’opera e deve poter rendere i risultati trasmissibili, verificabili, utilizzabili e condivisibili. Essere compositori non è più solo produrre opere da eseguire pubblicamente. È anche desiderare di modellare, trasformare, lasciare un’impronta sull’habitus sonoro, proporre nuovi utensili.
Di questo ha bisogno perpetuamente la musica e l’arte in generale, di nuovi utensili. Si capovolge così l’idea di ricerca in campo musicale affidata soprattutto agli strumenti della musicologia, diventando ricerca PER la musica non solo SULLA musica, da oggetto di indagine e studio a soggetto. E la musica ha inoltre bisogno di un perpetuo rinnovarsi e rifondarsi, ha bisogno di una ricerca che sia quindi, per definizione e per sostanza, “contro”, che si opponga vigorosamente all’appiattimento del giudizio, “…addirittura della percezione e della coscienza” (Giacomo Manzoni) e del “già acquisito”.”